” Contemplare un addio, non basterà. Il bisogno di un viaggio è paura e coraggio. E sto qui. Ancora io ci penso a te”
Sono qui, in questo parchetto vicino a casa tua, sono mesi che non ci vengo.
L’ultima volta c’erano 40 gradi all’ombra, gli alberi erano pieni di foglie verdi e poi..c’eravamo io e te.
In questo parco ci venivamo almeno 3 volte al giorno per portare la Titti a fare i suoi bisogni. Le toglievamo il guinzaglio e poi cercavamo di non guardarla mentre studiava il posto più adatto, – Si vergogna, se la guardiamo – Mi dicevi, allora io, ti ascoltavo, e guardavo altrove. Guardavo ed ascoltavo solo te.
Gli alberi ora sono spogli, fa freddo, e ci sono solo io.
Ho le cuffie dell’Ipod, eppure riesco lo stesso a sentire il suono delle mie All star calpestare le foglie secche. Mi fermo, e mi guardo intorno, quasi ti stessi aspettando.
E’ curioso come ogni volta che mi sento persa le mie gambe mi conducano sempre qui, sotto casa tua. Una volta era casa nostra, così la chiamavi, c’è ancora il mio cognome sul campanello, non siamo riusciti a toglierlo.
Ancora oggi sento le parole di quell’addio.
Ero tornata a casa dei miei genitori, dopo qualche settimana ci siamo sentiti per essemmesse, dovevo venire a portarti alle 18 finito di lavorare il biglietto del concerto di Elisa e prendere le ultime cose rimaste a casa tua.
Tutto il giorno ho avuto mal di pancia al pensiero, non riuscivo a pensare ad altro, la mia rabbia era forte, come la mia voglia di rivederti, e di sentire la tua voce.
Non ho fatto colazione né ho pranzato, il mio stomaco non ne voleva sapere, era chiuso. Quando sono agitata non mangio.
Alle 18 sono uscita dal lavoro, mentre percorrevo la strada per arrivare a casa tua, la mia mente pensava agli ultimi attimi con te.
Quel giorno ho portato via gran parte delle mie cose. Tu eri lì, sul divano, guardavi la televisione, non sei riuscito a voltarti verso di me.
Jacopo mi aiutava a portare via le cose, volevo fare in fretta, ogni minuto che passava la voglia di rimanere con te si faceva sempre più forte. Ho resistito.
Jacopo ha portato in macchina l’ultima mia valigia, io sono rimasta un ultimo attimo con te.
Continuavi a guardare la televisione. Non hai aperto bocca, si sentiva solo il silenzio. Il rumore insopportabile di quel silenzio mi ha fatto lasciare le chiavi di casa sul tavolo vicino a te, e scappare via senza nemmeno salutarti.
I due piani di scale per arrivare all’uscita mi sono sembrati mille. Ero piena di rabbia, mi tremavano le gambe, i miei pugni erano stretti forte,sentivo le unghie ferirmi la mano. E finalmente ecco la porta, non mi è mai sembrata tanto pesante, ho fatto fatica ad aprirla.
Entrata in macchina ho appoggiato la rosa che mi avevi regalato qualche mese prima sul sedile di fianco al mio. Era una mattina presto, lo ricordo, sei arrivato nel mio ufficio, e mi hai dato questa rosa gialla: – E’ la prima rosa che è sbocciata nel mio vaso – mi hai detto, e poi, te ne sei andato.
L’ho annusata tutto il giorno, nessuna rosa aveva mai profumato tanto. Ora è secca, il giallo è scolorito, è diventata bianca. La guardo e scoppio a piangere.
Suono il campanello.
- Chi è? – Mi chiedi.
- Sono io – non ho mai detto il mio nome con te, soltanto le prime volte che venivo a casa tua, dopo di chè, non avevo più bisogno di farlo.
Salendo quelle scale, ebbi la stessa sensazione di poche settimane prima, sembravano mille.
Avevi lasciato la porta socchiusa, non eri lì ad aspettarmi.
L’ho aperta piano e subito la Titti mi è corsa incontro, saltandomi addosso. L’ho accarezzata e abbracciata forte, mi era mancata anche quella parte di te, il tuo cane.
La Titti, alla mattina presto nel week end, mi ricordo, veniva a svegliarci.
Tra settimana la nostra sveglia era la radio: si accendeva con lo zoo di 105 alle 8 del mattino. Grazie alle loro stronzate ci svegliavamo ridendo, oppure, con qualche canzone strappa lacrima che ti invogliava a farmi qualche coccola. Raramente capitava,perché tu, non ami il contatto fisico, quando mi abbracciavi c’era sempre un motivo particolare, oppure, quando eri ubriaco.
Mi ricordo la prima mattina che mi sono svegliata accanto a te, il giorno dopo che i miei mi avevano mandato via da casa, mi hai abbracciato, e, prima di alzarti, mi hai dato un leggero bacio sulla fronte. Non lo scorderò mai.
Nei week end, invece, che potevamo dormire di più, era la Titti a svegliarci. In realtà svegliava solo me, tu hai il sonno pesante, così, il più delle volte alla mattina la portavo fuori io.
Un suo leccotto in viso mi ha riportata alla realtà.
Tu eri in sala, seduto, col tuo cappellino rosso che porti quando i capelli non ti stanno bene. Non mi sono mai piaciuti i cappelli, ma addosso a te, tutto mi piaceva.
Avevi una maglia grigia a maniche corte, con una spilla, la tenevi per nascondere che era bucata, mi avevi detto. La spilla aveva un significato particolare, te l’aveva regalata il tuo ex moroso.
I tuoi pantaloni ti arrivavano fino al ginocchio, erano beige. Ti stavano larghi, come tutti del resto, da quando eri dimagrito 10 Kg. Portavi la cintura, eppure, i tuoi slip si vedevano lo stesso. Erano della Datch, bianchi e neri, te li avevo regalati io per il compleanno. Diventarono i tuoi slip preferiti.
Tenevi le gambe accavallate, e ti eri appena acceso una sigaretta, una Marlboro Medium.
Faccio qualche passo e ti osservo fumare, anche da qui, mi sembra di sentire il suono del tuo piercing alla lingua sbattere contro i denti davanti. Quando ci siamo conosciuti, ai nostri primi aperitivi, mi perdevo a guardarti fumare sentendo il suono di quel piercing.
La tua bocca era chiusa, non sorridevi, la socchiudevi soltanto per fare uscire il fumo.
Il tuo sorriso riusciva sempre a mettermi allegria, con quei tuoi denti così bianchi. Non ho mai visto denti più bianchi e belli dei tuoi.
Mi hai guardata negli occhi.
Eri pallido in viso e i tuoi occhi erano freddi, arrabbiati forse.
Solo in quel momento mi sono accorta di quanto, in passato, mi venisse naturale guardarti negli occhi, e quanto, in quel momento, invece, fosse durissima. Dopo poco non ce l’ho più fatta, ho abbassato lo sguardo.
Lo rialzo, per un attimo , i miei occhi si posano sul camino.
Il Natale dell’anno prima l’avevamo passato insieme: io, te e la Titti.
Il pomeriggio abbiamo fatto l’albero. Tutti gli anni facevo l’albero di Natale a casa con i miei, ma con te, era qualcosa di nuovo. Mi ricordo con quanta cura abbiamo scelto le palline da mettere, ne hai di ogni tipo: da Winnie the Pooh a palline semplicissime.
Tutto il pomeriggio l’abbiamo passato ad addobbare l’albero, ridendo, e ascoltando un cd fatto da te con le canzoni di Natale.
Finito l’albero abbiamo fatto una passeggiata in piazza, tenendoci sotto braccio. Faenza era diversa quel giorno:le luci di Natale accese, le persone in giro per gli ultimi acquisti, rendevano tutto magico..mi sembrava di essere in un film Natalizio.
Uno di quei film Natalizi che, ogni anno fin da bambina, guardavo con gli occhi sognanti. Quel giorno, io e te eravamo i protagonisti di uno dei miei tanti film. Mancava solo la neve.
Abbiamo fatto l’aperitivo e siamo corsi a casa al caldo del camino aspettando le 24 per scambiarci i regali.
Abbiamo ingannato l’attesa facendo un bel bagno caldo a lume di candela, con due bicchieri di vino rosso.
Ora che ci penso..sembravamo davvero due innamorati, non semplici amici.
Il fumo della tua sigaretta, per un attimo, annebbia la mia vista, e , il mio ricordo svanisce.
Ho preso dalle tasche del mio giubbotto il biglietto del concerto, te l’ho messo sul tavolo. Non hai fatto una piega.
- Dimmi qualcosa. – ti ho detto.
- Cosa devo dirti? hai fatto tutto da sola. Avevo bisogno di un po’ dei miei spazi, e tu, invece, ti sei presa tutti i tuoi. Hai deciso di andartene da qui, ed io sono stato l’ultimo a saperlo. cosa cazzo ti devo dire? abbiamo chiuso qui. -
- Tu non sei mai chiaro con me. Il giorno prima ero tutta la tua vita ed il giorno dopo non mi parlavi nemmeno, cosa dovevo fare? In passato ti eri già comportato così, ma in quel periodo non vivevamo insieme, era tutto più sopportabile, ora invece non ce la facevo più. –
Un anno prima era successa la stessa cosa, avevi iniziato ad evitarmi e trattarmi male, così, dal nulla.
In quel periodo la mia dignità l’avevo fatta finire sotto i piedi : penso di essere arrivata a supplicarti di smetterla di comportarti in quel modo.
Ti chiamavo, mi buttavi giù, ti scrivevo, non rispondevi.
Dopo un mese, mi sono arresa, ho smesso di cercarti.
Ho iniziato ad abituarmi a stare senza di te. Quando ci frequentavamo non avevo mai un po’ di tempo libero solo per me, eravamo sempre insieme, tra aperitivi e film a casa tua.
Quando abbiamo litigato mi sono ritrovata a passare tanto tempo da sola. La solitudine all’inizio mi spaventava, poi, col tempo ho iniziato ad abituarmi, e stare bene sola con me stessa.
In quel momento, sei tornato.
Tu sei rimasto in silenzio.
- Come cazzo facevo a restare a casa tua quando ogni tuo comportamento mi faceva capire che non mi volevi qui? –
Mi ricordo gli ultimi giorni che abbiamo vissuto insieme. Hai smesso di parlarmi da un giorno all’altro. Finito il lavoro ci vedevamo sempre a casa, oppure, se avevamo un impegno ci avvertivamo, gli ultimi giorni non era così. Arrivavo e c’era solo silenzio, la casa era vuota.
Non ti vedevo mai, ti sentivo rientrare a tarda notte, mi accontentavo di quello, di sapere che stavi bene.
In quei momenti mi sono resa conto che mi sentivo un ospite a casa tua. Soltanto quando stavamo insieme mi sentivo a casa. E questo, non andava bene.
E’ stato allora che ho capito che così non potevamo continuare, che la nostra amicizia era troppo morbosa, che non era un rapporto sano.
Ho iniziato a capire le tue parole di pochi giorni prima – Devi crescere – mi dicevi.
Quelle parole mi avevano fatto incazzare, chi ieri tu per dirmi di crescere? Dopo qualche giorno ho capito, avevi ragione,dovevo crescere. Quello che non capivi, però, era che anche tu, dovevi farlo.
Avevi iniziato a parlare con troppa supponenza, con superiorità. Questo tuo modo di parlare e di comportarti, hanno fatto tramutare la mia tristezza in rabbia.
I giorni seguenti non migliorarono la situazione, anzi, così presi una decisione: andarmene da casa tua.
- Jessica mi conosci, sai che in certi momenti devi lasciarmi stare, poi dopo un po’ torna tutto come prima. -
- Ale , io non ce l’ho fatta. Sembravamo due sconosciuti, che senso aveva? In casa coi miei mi sentivo un’estranea, qui con te era diventata la stessa cosa, cazzo! Mettiti nei miei panni.. se me ne avessi parlato avremmo potuto risolvere –
- Ecco qual ‘è il problema. io ….io…io… conti solo te. sei un’egoista, tutto deve ruotarti intorno , devono sempre venire prima i tuoi problemi, io non ce la facevo più.-
- Ma che cavolo dici? sei sempre stato tu a dirmi che mettevo sempre prima gli altri di me! -
- Beh mi sbagliavo. Ero arrivato ad un punto in cui sentivo che non avevi più nulla da darmi, mi aspettavo di più da te –
Le tue parole mi sono sembrate come un colpo di pistola. Mi hanno colpito al cuore senza uccidermi. Mi sentivo solo ferita, stavo sanguinando.
- Mi fai male a dire così. Come ti permetti di dirmi “mi aspettavo di più da te”? Perché! Perché devi usare le stesse parole di mio babbo?! -
I miei occhi iniziavano ad appannarsi, sentivo le mie vene pulsare nella mia testa, come se stessi per esplodere.
- Io non sono tuo babbo –
- Allora perché dici quelle parole, perché!? Quando fino a poco tempo fa, lo detestavi per quelle cose che mi diceva! –
- Forse aveva ragione. Non sono riuscito ad insegnarti nulla. –
- Insegnarmi?? Cosa hai da insegnarmi tu? Come hai detto prima, non sei mio babbo. Alessio cosa cazzo devo imparare da te? Hai solo 5 anni in più di me e ti credi Dio. -
- Dai dimmi cos’hai fatto da quando sei qui a vivere con me. Speravo cambiassi qualcosa della tua vita. Invece, non hai fatto nulla. Sempre il solito lavoro, sempre ad inseguire amori impossibili, perché sono più facili, non hai rischiato nulla! In niente ti sei messa in gioco! –
- E allora tu? Tu l’hai fatto? Sono 25 anni che lavori dai tuoi genitori per comodità. Perché hai paura a camminare con le tue gambe. –
Silenzio. Sei rimasto in silenzio.
- Non stiamo parlando di me. –
- Ho fatto di tutto per te, eri la mia vita. Ecco cosa non ho cambiato. Questa è la verità. Non sappiamo stare lontani! – Ti ho detto quasi urlando, con la voce che iniziava a tremarmi.
- Non va bene così. Dobbiamo riuscire a stare lontani, devi crescere senza di me. Se andiamo avanti così non andiamo da nessuna parte, rimaniamo fermi.
Non riesco più a trovare degli stimoli parlandoti, non vedo più in te quelle cose che una volta ti rendevano speciale. Non riesco più a vivere con te. Cos’altro ti devo dire? -
Sono scoppiata a piangere, lì, davanti a te, non sono riuscita a trattenermi. Mi stavi facendo troppo male.
- Perché mi dici così. Non sai quanto vorrei odiarti, non sai quanto sono incazzata e quanto vorrei ferirti come tu stai facendo con me in questo momento, ma non ci riesco, ogni mia frase finisce con un ti voglio bene e questo non è giusto. -
Ti ho urlato con quel poco di voce che mi era rimasta. Mi hai guardata con gli occhi lucidi.
- Forse un giorno riusciremo ad avere un rapporto equilibrato. Ora mi sento che sono solo io a darti, senza ricevere nulla. -
Ho iniziato a singhiozzare, mi sembrava di non riuscire più a respirare
- Vedi di stare bene – ti ho detto , e sono uscita di corsa da casa tua.
Sono passati sei mesi.
Ora sono qui, in questa sera di novembre e guardo questo parco vuoto di noi, eppure…sono con te. Ascolto ancora questa canzone. Sorrido.
” Contemplare un addio, non basterà. Il bisogno di un viaggio è paura e coraggio. E sto qui. Ancora io ci penso a te”